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SUL PEZZO

DOMENICO DE ANGELIS: BANCA POPOLARE DI NOVARA, ECCO COSA VUOL DIRE PER NOI «POPOLARITÀ»

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Il credito popolare affonda le proprie radici nell’Europa del XIX secolo, come risposta alle difficoltà di accesso al credito della piccola imprenditoria urbana e rurale. Fin dalle prime associazioni di credito promosse dal politico ed economista Franz Hermann Schulze-Delitzsch e da Federico Guglielmo Raiffeisen, ispiratore del movimento cooperativistico e mutualistico delle casse rurali in Europa a fine ‘800, il modello organizzativo popolare si ispirò ai principi di democrazia societaria e di finalità mutualistica. Nel corso del tempo questo modello si è evoluto e oggi le banche cooperative rappresentano una forza di primo piano per il settore bancario europeo, forte di 140 milioni di clienti e di una quota di mercato del 20 per cento. In Italia, le Banche Popolari nascono nella seconda metà del XIX secolo per iniziativa dell’economista Luigi Luzzatti e con la fondazione, per opera del politico e banchiere Tiziano Zalli, della prima Banca Popolare, quella di Lodi fondata nel 1864. Coerentemente con i principi ispiratori, con il caratteristico assetto cooperativo e con la particolare attenzione rivolta alla piccola imprenditoria e alle famiglie, il modello del credito popolare ha i propri cardini in tre punti: nella democrazia partecipativa attraverso il sistema del voto capitario («una testa, un voto»), nella trasparenza della gestione, necessaria per ottenere il consenso di una vasta platea di soci e nella vicinanza alla clientela derivante dalla vocazione localistica che fa del radicamento territoriale e della conoscenza della clientela dei punti di forza.

Da sempre al servizio delle famiglie e delle piccole imprese, il Gruppo Banco Popolare si articola in 5 banche locali, radicate nei propri territori di riferimento, rispettando la «popolarità» del nome. Tra i primi gruppi bancari italiani con quasi 2.200 sportelli, circa 200 mila soci e oltre 20 mila dipendenti, esso è un punto di riferimento in regioni come Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria, Toscana ed Emilia Romagna, aree di presenza storica. Il Banco Popolare nasce il primo luglio 2007 dalla fusione tra il Banco Popolare di Verona e Novara e la Banca Popolare Italiana. La sua storia è la storia della crescita, del consolidamento e dell’incontro di una ventina di istituti di credito locali. Nel corso del Novecento, e soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, la Banca Popolare di Verona, la Banca Popolare di Novara, la Banca Popolare di Lodi, il Credito Bergamasco e le altre banche confluite nel Gruppo si sono radicate nei propri territori promuovendo la crescita delle economie e delle comunità locali. Questo rappresenta una matrice comune su cui il Banco costruisce la propria identità e la propria unicità di gruppo.

Domenico De Angelis, amministratore delegato della Banca Popolare di Novara e consigliere di gestione del Banco Popolare, spiega in che modo la sua banca, in sintonia con le altre del Gruppo, possa costituire un valido strumento di supporto per le comunità di riferimento, soprattutto in un momento in cui la crisi ha investito le famiglie e le piccole e medie imprese. La BPN nasce come Società Cooperativa di Credito Anonima per Azioni nel 1871, per iniziativa di alcuni esponenti del mondo politico e imprenditoriale cittadino. Il primo sportello viene aperto nel 1872. Nel 1912 l’Istituto è uno dei principali del Piemonte e nel primo dopoguerra approda a Genova, Milano e Roma. Negli anni successivi sviluppa ulteriormente i servizi offerti e incrementa il proprio radicamento grazie a nuove filiali nelle grandi città e nel centro Italia. Nel 1971 conta circa 300 sportelli e oltre 55 mila soci. Nell’ultimo quarto del secolo l’Istituto si espande nel sud Italia e all’estero – Inghilterra, Germania, Spagna, Francia, Svizzera e Lussemburgo -, acquisisce partecipazioni nei vari settori del credito, accentua il ruolo di banca universale e si quota alla Borsa Italiana. Alla fine del ‘900 ha più di 500 sportelli e 100 mila soci. In seguito viene attuato un ampio processo di riorganizzazione e razionalizzazione, che porta nel 2002 alla fusione con la Banca Popolare di Verona-Banco S. Geminiano e S. Prospero, per dare vita al Banco Popolare di Verona e Novara S.c.r.l. Alla nascita del Banco Popolare il primo luglio 2007, la Banca Popolare di Novara è una delle realtà portanti del nuovo Gruppo.

Domanda. In che modo le banche del Gruppo sono distribuite nel territorio?
Risposta. La Banca Popolare di Novara è radicata principalmente nel Nord-Ovest: Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Milano; nondimeno ha una presenza considerevole a Roma, a Napoli e in Campania, nel Molise, con sportelli anche in Basilicata, Puglia e Calabria. In Lombardia abbiamo una notevole presenza del Gruppo attraverso il Credito Bergamasco, tuttora quotato, e la Popolare di Lodi, che possiede numerose filiali pure in Sicilia. La Banca Popolare di Verona è fortissima nel nord-est e in Emilia Romagna.

D. Non sorgono problemi nell’identificazione delle banche territorialmente predominanti all’interno del Gruppo?
R. Abbiamo una definizione molto precisa delle aree geografiche di competenza delle banche del Gruppo e, nell’ottica del piano industriale di imminente uscita, andremo a realizzare ulteriori semplificazioni per evitare che più banche si trovino ad insistere sugli stessi territori.

D. Lei si divide tra la Banca, di cui è amministratore delegato, e il Banco, di cui è consigliere di gestione. Come sono i rapporti con la holding?
R. Sono entrato alla Banca di Novara nel 2000 come direttore centrale e capo dei mercati di tutta l’attività commerciale della banca; dal 2002, in seguito alla fusione con Verona, sono diventato direttore generale, dal 2004 amministratore delegato e dal 2008, non appena è stato fatto il Banco Popolare, sono stato nominato consigliere di gestione. I rapporti tra la Banca che amministro e il Gruppo sono ottimi. Il mio impegno è particolarmente concentrato nel mercato locale; il mio compito è quello di ottimizzare le nostre attività sui territori di riferimento mantenendo un modello di tipo federato e il concetto di una banca locale, efficiente e molto ben radicata, attenta alle esigenze delle piccole e medie aziende e delle famiglie.

D. Cosa vuol dire essere una banca «popolare»?
R. Vuol dire fare banca con una attenzione specifica verso i bisogni delle imprese e delle persone dei territori nei quali siamo sorti e operiamo: è questa la vocazione di una banca popolare, non certo quella di addentrarsi nel mondo della speculazione finanziaria.

D. Quali vantaggi comporta il fatto di far parte di un grande gruppo?
R. Avere alle spalle il Banco Popolare nel coordinamento, nei controlli, nella qualità di prodotti e servizi ci permette di competere con le primarie banche italiane. Di fronte a ciò convivono all’interno del Gruppo banche di piccole e medie dimensioni – quella di Novara ha oltre 400 sportelli, però con alle spalle un grande banco che, per finanza, politiche creditizie, controlli, sistemi informatici, prodotti, efficienza, ufficio estero, li pone alla pari con quelli degli istituti di maggiori dimensioni. Questo modello organizzativo sta dando i propri frutti: quando sono entrato nella Banca Popolare di Novara nel 2000, essa non aveva bilanci eccellenti, mentre oggi gode di un’ottima considerazione. L’obiettivo per le banche di territorio è quello di divenire istituti «di prima chiamata» ed essere considerati partner affidabili nelle scelte quotidiane. L’essere parte integrante di un grande Gruppo popolare con estese capacità tecniche e metodologiche rende inoltre più plausibili le sfide di internazionalizzazione, progettualità e competenza che una banca di medie dimensioni come la Popolare di Novara da sola avrebbe difficoltà ad affrontare. In questo modo possiamo predisporre prodotti più sofisticati, un servizio qualitativamente migliore, servizi esteri efficienti per finanziare esportazioni e importazioni e tutte quelle attività che un cliente più «evoluto» richiede. La holding ci mette a disposizione strumenti, prodotti, competenze e professionalità che ci consentono di seguire quella clientela, anche di non grandi dimensioni, che fa della vocazione all’esportazione il criterio ispiratore della propria attività. Questo è il vantaggio del nostro modello.

D. In che modo intervenite a sostegno del territorio?
R. Come banche popolari abbiamo quale scopo di impiegare una parte dell’utile che produciamo in termini di ricerca, cultura, beneficienza, ricerca scientifica, università e restauro di monumenti: a questo fine abbiamo pertanto creato apposite fondazioni. La nostra fondazione «Banca Popolare di Novara per il territorio» opera dal 2002, con l’obiettivo di contribuire a sostenere interventi e iniziative a favore delle aree in cui è presente la Banca, finanziando centinaia di enti e associazioni con un impegno sempre crescente. La Fondazione persegue la propria attività in assoluta autonomia ed opera nell’area storica in cui è tradizionalmente presente la Banca Popolare di Novara, cioè principalmente in Piemonte, nella Lombardia occidentale e in Liguria, e ci ha consentito di intervenire per aiutare gli stessi territori. Abbiamo sponsorizzato stage universitari, master, progetti di sviluppo economico del territorio, associazioni di imprese. La Fondazione persegue la propria attività in assoluta autonomia e questo ci ha consentito di svolgere un ruolo veramente utile a supporto dei nostri territori, specie in un momento difficile come quello che stiamo vivendo.

D. Il fatto di essere molto radicati nel territorio vi consente di avvertire più facilmente la crisi di certi clienti. In che modo l’avete registrata?
R. Una banca che ha nel Piemonte la propria storia e centro operativo ha sentito la crisi così come l’hanno sentita tutte quelle aziende dei settori della manifattura, del meccanico, dell’industria pesante presenti nella regione. Il Piemonte da qualche anno sta soffrendo, ma vediamo oggi che gli imprenditori che hanno investito in tecnologia e politiche di marketing adeguate stanno tornando a fatturare e a guadagnare più del 2007. Il vero problema è che questo da solo non riesce a supplire al fenomeno di forte deindustrializzazione dei grandi poli esistenti in Piemonte. Di fatto, la crisi si sente ancora molto nelle famiglie e nelle piccole aziende: le famiglie stanno soffrendo per fenomeni di tipo occupazionale e reddituale, le piccole aziende perché il mondo dell’indotto della grande produzione soffre a sua volta; l’artigianato, per esempio, soffre perché è molto legato alla grande produzione pesante. Si vedono forti segnali di ripresa su alcune eccellenze particolarmente inclini all’esportazione – il settore agroalimentare, compresa la produzione del riso, sta andando molto bene – ma il contesto delle piccole aziende, che è votato all’interno e all’indotto della produzione pesante, soffre insieme alle famiglie. Non tutte le imprese possono permettersi di spostare il baricentro all’estero.

D. In che modo uscire dalla crisi?
R. È chiaro che questo non è un momento d’oro del settore bancario. Oggi dobbiamo lavorare bene, stare vicino ai clienti, impegnarci e cercare di farci stimare da un punto di vista professionale, perché un buon rapporto personale è ancora la chiave del successo. Raccogliamo anche colpe di scandali finanziari di «oltreoceano», che hanno minato all’immagine del sistema bancario mondiale in un modo per me esagerato: le banche italiane, come ha sostenuto il governatore Mario Draghi, sono gestite con criteri di attenzione e rigore; quegli scandali ci hanno obbligato a lavorare anche per riportare la tranquillità all’interno del mercato nazionale. Il sistema italiano si è dovuto confrontare con le paure che arrivavano dall’estero per situazioni non tipiche del sistema bancario italiano, e ci siamo trovati a dover ricostruire la fiducia dei clienti, che però noi «popolari» abbiamo sempre mantenuto grazie ad un lavoro costante sulle famiglie e sulle piccole aziende.

D. Lei nota differenze particolari tra il nord e il sud di Italia?
R. La verità è che oggi avere una diversificazione territoriale in zone che non sono a forte vocazione di industria tradizionale è un vantaggio. Filiali a Roma, Napoli, Benevento, Avellino, Salerno, Bari non hanno la stessa vocazione di industria di produzione del Piemonte, ma sono molto più legate ai servizi, al turismo, al settore pubblico, e quindi sono molto più diversificate. Oggi d’altronde soffrono proprio le imprese che si trovano in quelle che erano le capitali della produzione pesante degli ultimi 50 anni, in Piemonte più che nelle altre regioni perché era il polo per eccellenza di questa industria pesante.

D. Il Banco Popolare ha votato un aumento di capitale. Come hanno reagito i soci della Banca Popolare di Novara?
R. Le sottoscrizioni da parte dei nostri soci sono andate molto bene. C’è nel Gruppo una forte prossimità tra i clienti, i territori e la banca. Abbiamo una buona credibilità nelle zone storiche dove operiamo a maglia stretta. Nelle province in cui siamo più radicati abbiamo filiali quasi in ogni Comune, e qui la tradizione e la nostra vicinanza al cliente hanno permesso di riscontrare, al momento di compiere operazioni sul capitale, una grande disponibilità e la volontà del cliente di essere vicini al Banco. La fiducia dei nostri clienti si manifesta proprio in occasione di aumenti di capitale o nella grande partecipazione alle assemblee di bilancio; all’ultima, per esempio, hanno preso parte e hanno dato il loro voto favorevole quasi 10 mila soci. Questo vorrà pur significare qualcosa. (ROMINA CIUFFA)

 

Anche su SPECCHIO ECONOMICO – Luglio/Agosto 2011

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