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SUL PEZZO

DIPENDENZE AFFETTIVE: IO E LO STATO, UN AMOR NON CORRISPOSTO

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DIPENDENZE AFFETTIVE: IO E LO STATO, UN AMOR NON CORRISPOSTO di Romina Ciuffa. Lo ammetto. Mi sveglio con una sana e robusta paura. Apro gli occhi tutte le mattine come trasformata in un grosso insetto, tardo a riconoscermi, a volte attendo qualche minuto prima di dare un’occhiata al mio riflesso proiettato, che è distante dalla mia introiezione. Si tratta di quel senso di alienazione e non appartenenza al luogo che mi ospita, che è mio, al letto da condividere, che è mio, e all’esistenza che mi attraversa, che è mia. Un senso di alienazione e di non appartenenza generato dal soprassalto al mondo che vivo, che non è mio.

“E si mise all’opera per spostare, con una oscillazione sempre uniforme, il corpo in tutta la sua lunghezza fuori del letto. Lasciandosi cadere in questa maniera, il capo, che cadendo voleva tenere ben sollevato, doveva rimanere logicamente illeso. La schiena sembrava essere dura, e cadendo sul tappeto non si sarebbe forse danneggiata. La preoccupazione più grave era per lo schianto che sarebbe avvenuto (…)” (Franz Kafka, La metamorfosi). Il risveglio e l’incontro con l’inconscio notturno. Lo schianto occidentale più operativo nella metamorfosi quotidiana è lavoro-amore. E un teorema: quando si ha l’amore il lavoro passa in secondo piano; quando si ha il lavoro, metti da parte l’amore, arriverà. Dedicati totalmente al lavoro. Qualcosa tipo:

Quoto integralmente la madre di Phil Collins, non si aspetti l’amore. Nel frattempo la società ci dice: “Vattene!”, e noi prendiamo esempio da Stoccolma fino al Nebraska, per dire: me ne vado (poi però restiamo). Non è una colpa, è il mondo che va avanti, che ci insegna che, come animali, dopo lo svezzamento dobbiamo renderci responsabili. Giusto (negli altri Paesi), sebbene perfettibile (nel nostro). Ma perché allora, quando ti svegli con la paura, pensi sempre a casa? Perché non vi sono punti di riferimento. 

Vorrei in questa sede approfondire il rapporto lavoro-amore per dare conto della dipendenza affettiva che va accentuandosi non più come una intrinseca, leggera, essenziale dote dell’amore, bensì come disturbo psichiatrico tra le fila di giovani e adulti. Non più come un virtuosismo romantico, ma come un mea culpa che tormenta chi non crede all’amore libero. Una dipendenza affettiva che, nata sana, via via si è trasformata – metamorfosi kafkiana – in quello scarafaggio che sostituisce una mattina il giovane Gregor Samsa. La dipendenza affettiva così va prendendo qui e là le forme di un disturbo bipolare in bilico tra episodi maniacali e depressivi, un disturbo depressivo maggiore, una distimia, un disturbo ossessivo-compulsivo, un disturbo psicosomatico. Anche in comorbilità. Mi fermo a questi cinque, elencati con chiarezza dal DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali maggiormente in uso tra psicologi e psichiatri, pur non essendo esaustivi. Siffatta metamorfizzazione del fenomeno amoroso in disturbo psichiatrico sottopelle è il frutto, innanzitutto, della nostra nuova società.

Il discorso è italiano. Il lavoro: carente. Quando presente, sottopagato. Quando pagato, a termine. Proprio lui, che dovrebbe essere “dipendente”, non lo è. Quest’assenza di lavoro dipendente si trasforma nella presenza di amore dipendente. Primaria fonte non di guadagno bensì di insoddisfazioni e frustrazioni, il (non)lavoro è, in Italia, la panacea dei mali. Faccio riferimento ai giovani e agli adulti, pur sottolineando che i primi hanno una marcia in più potendo accedere a un numero maggiore e più variegato di incarichi e mansioni che un adulto non può né deve accettare (come si può chiedere ad un ricercatore ultraquarantenne di fare il cameriere in un bar?). Senza tacere il fattore “speranza”, tradotto in termini politico-economici come “aspettativa di vita”: il giovane ha più tempo davanti a sé ed una minore responsabilizzazione dettata dall’età, vuole viaggiare, intende e deve sperimentare, ha meno ambizioni specifiche in quanto più libero, non ha ancora investito gran parte della propria vita in un progetto unico. Sotto il profilo dell’amore, ha bisogno e curiosità di fare esperienze, tende a dimenticare facilmente una storia finita o a lasciarsi alle spalle ottime opportunità romantiche perché non le vive come tali, preso a guardare avanti. È abituato a un lavoro intercambiabile, sa che la laurea è un pezzo di carta disfunzionale, conosce i linguaggi di programmazione del computer e vive in chat. Ha un collo da giraffa e mangia solo le foglie più alte degli alberi. L’adulto è stanco, fisicamente e psicologicamente: assiste ai cambiamenti del corpo, ha già ascoltato troppi politici parlare, ha assistito alla franca ingiustizia dei licenziamenti, nella migliore delle ipotesi ha rifiutato la cocaina che gli è stata offerta, è solo. Il collo è quello dello struzzo, che nasconde sotto terra sebbene lo abbia ben lungo e abile.

Prendiamo l’orologio biologico, ingestibile strumento di cui ci ha dotati il nostro dna. Una donna trascorre la decade trentenaria sentendosi domandare: “A quando un figlio?”, ne compie 40 e si autointerroga: “Dovrei farlo? Non sono pronta, ma dovrei farlo?”, verso i 45 giunge a Barcellona e programma una inseminazione artificiale, quando non rinuncia alla maternità o non accetta altro compromesso. Tic tac. Gli uomini non sono messi meglio. Hanno indubbiamente più età per fare figli, nessun orologio biologico al polso, ma non credono nella filiarità e più frequentemente optano per la libertà. La maggior parte di essi si lascia lasciare dalla storica compagna ormai quarantenne che preme per una gravidanza. “Noi sessualmente eravamo affamati, i giovani d’oggi non lo sono più. Noi le portavamo a ballare”, sento dire in un bar. Le coppie omosessuali sono le più favorite. Sebbene si debbano formare e mantenere unite, come tutte le altre. Ma per loro, libertà è fare un figlio, esattamente l’opposto della coppia eterosessuale: l’avvicinamento di un diritto mai prima riconosciuto lo rende favorito. Lo stesso valga per il matrimonio, ora possibile anche in Italia, che lo rende più appetibile alla coppia gay che non alla coppia classica.

Tic tac. La dipendenza affettiva si crea una volta che si afferri la paura di rimanere soli, e ciò solitamente avviene con il passaggio ad un’età più adulta. Non andremo a riprendere Freud, non andremo a cercare nel padre la causa di un vuoto affettivo o nella madre l’impossibilità a vivere rapporti autentici. Più semplicemente, in un discorso sociologico che colloca la persona all’interno di un mondo relazionale, la dipendenza affettiva si crea per l’assenza di sicurezze nell’attualità, di relazioni vere, complete, durature, stabili, protettive, non virtuali. Il mestiere più ricco è appannaggio dello psichiatra, lo psicoterapeuta perde alcuni colpi non potendo prescrivere farmaci che ad oggi sono un must. V’è necessità di cambiare presto le cose con un serotoninergico, ingollare ansiolitici, usare un toccasana. Chi è contrario ai farmaci si iscrive a yoga, meditazione, prende ayahuasca, mangia bio, usa Fiori di Bach. Non è così che devono andare le cose. È l’alba dei morti viventi: si cammina per le strade senza una meta affettiva effettiva, vera, zombie che soffrono dipendenze affettive e svolgono lavori non consoni. L’impossibilità di reagire ad una relazione finita, o terminare una storia, buttarsi a capofitto nel lavoro perché assente o non satisfattorio, accentua la problematicità del fenomeno. L’amore non è corrisposto. Non è corrisposto da parte dello Stato, che non ci ama.

La società di internet ha peggiorato il quadro in maniera esponenziale, conferendo a tutti le basi ideali per divenire ossessivo-compulsivi da manuale: il controllo via Facebook dei profili, la scansione precisa dei “mi piace” e, prima fra tutti, la “spunta blu”, ossia la “visualizzazione” su WhatsApp, macchina infernale creata dal Diavolo, che dà conto del fatto che la persona destinataria di un messaggio lo abbia letto, i tempi trascorsi prima che si sia risposto. L’online è la causa primaria della malattia affettiva di questo millennio. “Gettati a capofitto sul lavoro”. Ma prima, per liberarti dalle dipendenze affettive, sciogliti dall’incontinenza virtuale, slaccia i nodi nautici del porto per navigare in modo etimologico, con una navis, la nave latina, e non in modo virtuale, con un computer. Impara ad attendere, come un capitano di mare, e che l’unica spunta blu sia un’onda del mare. Non sottovalutarti. Non ascoltare nemmeno chi dice: “Se non ti ama non ti merita”, perché dall’altro lato come da questo c’è chi ha paura e necessita di tempo. L’amore libero non esiste, fantascienza del nuovo millennio che ha generato mostri di indipendenza pur di sopperire all’assenza di sicurezze, i mostri del “non ho bisogno di nessuno”. L’oggetto dell’amore tornerà, se lo si ama ancora; è lo Stato che non tornerà. 

Si tratta del sesto e settimo degli stadi di sviluppo psicosociale elaborati dallo psicanalista Erik Erikson. Nel sesto stadio, l’età giovanile, v’è una contrapposizione tra intimità ed isolamento: un corretto sviluppo tende verso la prima. Il giovane avverte la necessità di una relazione intima appagante (passione, amore, progetto di vita, amicizia); ove non riesca a trovare l’intimità eriksoniana, vivrà un forte senso di isolamento e solitudine. Questo complicherà il passaggio al settimo stadio, quello dell’età adulta, in cui la contrapposizione è tra i due poli generatività-stagnazione: la crisi che la persona è chiamata a superare in questa difficile fase riguarda la procreazione, non intesa solo in senso letterale bensì ampliata alla necessità intrinsecamente umana di lasciare qualcosa alle generazioni successive (con un mestiere quale scrittore, insegnante, ricercatore, artista et altera). La procreazione consiste nella realizzazione personale a fini futuristici, sia essa di tipo lavorativo sia essa di tipo filiare, sempre nel senso dell’offrire un contributo che favorirà le nuove generazioni, per avere una continuità individuale postuma che dia senso all’attuale e una trascendentalità alla vita. L’insuccesso in questo compito di sviluppo porterà a sperimentare un senso di stagnazione, immobilità e inutilità riferita alla propria esistenza. Ed ecco, l’adulto è depresso.

Procreazione dunque nel senso di generazione. Lavoro e amore sono strettamente collegati e il problema della dipendenza affettiva non può essere scisso dal dramma esistenziale del proprio contributo professionale, artistico, lavorativo. Per superare uno stato di dipendenza affettiva, l’ossessione verso un oggetto d’amore, è necessario sviluppare generatività in altri settori. Ciò non è facile se il problema è già divenuto disturbo, sia esso mania, depressione, ossessione, somatoformazione. Generatività in Italia è impossibile. Nel nuovo adulto l’orologio biologico non batte solo o per forza il tempo della genitorialità, ma anche quello della pro-creatività, il senso di sentirsi validamente esistenti, la percezione della propria funzionalità nella società, la fiducia nelle istituzioni e nelle persone, la tensione verso un futuro sereno, il sentimento di protezione verso se stessi e verso l’altro, uno stipendio. Una volta venuti a mancare tali tasselli – perché il primo a non amare l’uomo è lo Stato, il secondo a non amarlo è se stesso – si passerà all’ottavo stadio di psicosviluppo, che vede contrapporsi i due poli integrità dell’io-disperazione: pericoloso momento di un bilancio al quale anche la Corte dei Conti dovrebbe partecipare, essendo, nella mia teoria, lo Stato chiamato in causa direttamente nella crisi affettiva dilagante, nel senso dell’amor non corrisposto.  

Come si può spostare un oggetto d’amore desiderato su altro se, amando l’Italia, lei non ci corrisponde? La nostra dipendenza affettiva nei suoi riguardi supera la normalità e diviene patologia, che viene spostata sul legame in campo strettamente sentimentale; spostamento che pregiudica la formazione di legami stabili, duraturi, sani, verso i quali si ha una proiezione dell’instabilità introiettata. Tale dipendenza scatena due vie: la necessità di fuga o, all’estremo opposto, la soluzione di figliare per dare un senso alla vita e creare un legame affettivo stabile in quanto di sangue. Proprio per questo quando si ha paura si tende a tornare a casa, perché è lì che sono i legami sanguinei. Come in amore l’idealizzazione partecipa di questo processo. Noi non amiamo questa Italia, bensì l’Italia di Michelangelo, Bernini, l’Italia dei borghi, l’odore dei camini accesi, l’agriturismo, Asiago, Mondello, vera e propria idealizzazione simile a quella che operiamo pensando alla persona che amiamo non più corrisposti, focalizzandoci nostalgicamente sui momenti di gloria di quella relazione. La storia con il nostro Paese è finita, ma possiamo recuperare la nostra forza per amare qualcun altro. Tanto che da quando è stato promulgato il divorzio breve, è aumentato il numero di matrimoni civili, a fini pensionistici e per tutelare i figli: possiamo divorziare con il nostro Paese? Possiamo smettere di amarlo non corrisposti? 

Quando si sveglia da insetto, Gregor se ne rende conto eppure il primo pensiero del nuovo scarafaggio va comunque alla sua vita, a quanto essa sia priva di autentiche gioie. Non pensa a ciò che è diventato, un gigantesco, orrido mostro, ma all’inutilità di se stesso, l’inutilità di Gregor uomo. Quindi, guarda l’orologio a muro e si accorge di aver dormito troppo, che ha fretta. Tic tac.  (Romina Ciuffa)

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