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SUL PEZZO

CARO DIRETTORE, MI AIUTI A USCIRE DALLA CAVERNA

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CARO DIRETTORE, MI AIUTI A USCIRE DALLA CAVERNA di Romina Ciuffa. C’è chi mi chiede di parlare di Renzi, chi di Gentiloni, chi di Grillo. C’è chi vuole un articolo sulla Raggi e sul degrado di Roma. Mi hanno consigliato di scrivere della denatalizzazione e delle nuove statistiche sul crollo demografico. Ciascuno mi ha, in cuor suo, dettato un articolo intero: esigenza estrema di dire la propria, necessità di parlare di tematiche di interesse generale che io potrei a mio modo svolgere. Dentro di me mi sentirei, lo dico sinceramente, di parlare della morte di George Michael, simbolo di un’intera generazione che vola via, forse vittima di un suicidio. Mi sentirei di parlare dell’abuso dei nuovi network, che nuovi non sono più, e di come siamo manipolati dalla «sindrome della spunta blu» di WhatsApp, delle nevrosi che ne conseguono, dei danni neurologici, psicologici e somatici che la comunicazione «smart» ha introdotto e indotto. C’è chi mi chiede di parlare del terrorismo, dell’Isis, dei foreign fighter, di Trump, di un 2016 bisestile che, a quanto sembra, ha fatto più vittime che carnefici. Lo farò. Ma poiché anche io ho delle richieste da farmi, oggi ho deciso di scrivere una lettera al direttore: una lettera a me stessa.

«Caro direttore, 

Le scrive un’accanita lettrice di Specchio Economico. Sono anni che vi seguo, con voi entrando nel mondo delle realtà aziendali e istituzionali, leggendo dalle vostre righe le parole di chi questo mondo lo crea e lo distrugge. Sono una quarantenne plurilaureata, mi ritengono una persona sensibile, mi definiscono geniale, ma quando invio il mio curriculum in giro mi tacciano: ‘overqualified’. Ne ho interpretato il timore di avere tra i piedi una lavoratrice troppo preparata, che potrebbe avanzare pretese. Ne ho letto una profonda crisi del sistema, che anziché premiare gli studiosi e i lavoratori li teme. Non mi soffermerò, in proposito, sull’infelice frase del ministro del Lavoro Giuliano Poletti sulla fuga dei cervelli («Conosco gente che è bene sia andata via, questo Paese non soffrirà a non averli tra i piedi»). Mala-educazione che imperversa, disattenzione verso gli altri, disintegrazione dell’umanizzazione. C’è un Bastian contrario che abita questo Paese dissestato.

Il 2016 è stato un anno di perdita per gran parte di noi. C’è chi ha visto morire i propri cari (personalmente ho appena perso il mio più caro amico, Francesco, finito fuori strada in moto sulla via Salaria a causa di una buca – capitolina, capitombolina, capitolare – che il giorno dopo, come da tradizione, è stata subito ricoperta). Ci sono state bombe e persone esplose, altre inesplose, gli attentati sono all’ordine del giorno e a Capodanno – tralascio le polemiche sul divieto romano di fare i botti tradizionali, che peraltro condividevo – ho festeggiato nella mia taverna, in pieno centro a Roma, davanti al camino. Glielo dico per raccontarle un aneddoto che si è verificato. Due invitate mi hanno chiamato terrorizzate informandomi della loro rinunzia a venire. Spiegavano: giunte davanti al portone, hanno visto un arabo gettare una borsa sotto una macchina. Lo hanno fermato, ma lui è scappato alla velocità della luce. Si tratta di due persone di elevato spessore culturale e sociale: lungi da loro ogni riferimento ad una fobia spicciola da uomo di strada o alla stereotipicità del pregiudizio. Hanno chiamato i carabinieri, poi mi hanno avvisato: per la paura che tale pacco contenesse una bomba, preferivano rientrare a casa. Le ho tranquillizzate: c’è un carabiniere a casa mia, risolviamo tutto (per dovere di cronaca, i carabinieri chiamati non sono mai arrivati). Nella mia temerarietà, ho passato al setaccio tutte le autovetture parcheggiate davanti al portone fino a trovare una borsa di Chanel del valore di circa mille euro; senza dubitare l’ho aperta e vi ho trovato moltissime carte di credito e documenti: apparteneva ad un medico libanese iscritto all’Università americana di Beirut. Il carabinere presente al mio veglione ha fatto il resto, risolvendo la situazione. Le due invitate hanno partecipato alla nostra cena. 

Solo poco dopo, sono uscita nuovamente dal portone e ho trovato un italiano ed una spagnola nudi, alle prese con un rapporto sessuale completo in mezzo alla strada, in pieno centro storico. Li ho dapprima fotografati, poi ho detto loro che avrebbero potuto continuare indisturbati. L’uomo si è alzato e mi ha proposto in maniera aggressiva un rapporto sessuale. Ha insistito violentemente. Ho declinato, lui si è alterato ancora di più e ha detto a lei, a gambe aperte, ‘torniamocene al locale’. Per le strade v’erano solo ubriaconi, il centro di Roma era paragonabile ad un settore del Risiko, oltre a ciò pericoloso, indegno, sporco, violento, viziato. Con questa mia lettera, caro direttore, vorrei solo che lei sapesse che, sia pure le tematiche delle aziende e dello stato della politica siano rilevanti, c’è un mostro che adombra le nostre città. E quello non sono io, sia pure ‘overqualified’.»

Cara lettrice, farò riferimento al mito della caverna di Platone: prigionieri convinti che le ombre che vedono siano la realtà. Ammesso che uno di essi riuscisse ad uscire dalla caverna, le forme portate dagli uomini verso l’esterno gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; se gli fosse indicata la fonte di luce, egli rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, il sole, le stelle, preferirebbe volgersi verso le ombre. Poi, finalmente capace di fissare la luce e di comprendere il valore del sole e della verità, avrebbe un sussulto pietoso: rientrare e liberare i compagni. Ma dovrebbe riabituare la vista al buio per rientrare nella caverna e riconoscere i compagni, dai quali sarebbe deriso per i suoi occhi rovinati, in una temporanea inabilità che non gli consentirebbe, nell’immediato, di spiegar loro il senso di realtà provato. Platone giunge ad immaginare che questi ultimi possano essere mossi da un istinto omicida nei riguardi dell’amico “illuminato” pur di non subire il dolore dell’accecamento e la fatica della salita necessaria ad ammirare le cose descritte.

Parafraserò ciò che lei descrive in questo modo: la nostra, o piuttosto la «loro» Italia, è una caverna. Il mio augurio più forte è quello che lei, almeno lei, riesca ad uscirne, come fece il filosofo, per vedere la luce. Il ladro di Chanel, i due ninfomani ubriachi, l’assenza di controlli: quelle non sono che ombre. Uscendo dalla caverna le dirò ciò che vedo, la realtà: la sparizione della civiltà, l’adeguarsi ad una maleducazione sessuale e sentimentale, la pericolosità di uno Stato che non tutela i cittadini. Non mi venga a dire il ministro Minniti che lo stragista di Berlino è stato trovato in Italia grazie agli sforzi compiuti dalle Forze dell’ordine: è stato un caso. Le auguro, cara lettrice, di abituare gli occhi quanto prima ad una nuova luce, e di uscire dalla caverna senza nemmeno raccogliere i suoi quattro stracci. Fuori ci sarò io ad attenderla: ma il suo amico Francesco dalla Giunta Raggi non potrà riaverlo. In Italia gli attentati ce li facciamo da soli.  Romina Ciuffa

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