BRASILE: CHE SUCCEDE? CON ICBIE EUROPA ONLUS LA DIFFERENZA TRA COLPO DI STATO ED IMPEACHMENT È SPIEGATA MEGLIO

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L’incontro «Brasile: che succede?», tenutosi a Roma il 16 aprile 2016 nelle sale dello Spin Time Lab di Via Statilia, ha messo in luce alcuni punti brasiliani di cui oggi si parla ma che molti stentano a comprendere: dal colpo di Stato all’impeachment del presidente Dilma Rousseff. Cosa sta davvero accadendo? Lo spiega l’Icbie Europa Onlus presieduta dall’avvocato Paolo Mauriello, figlia dell’Icbie Salvador, insieme a Rioma Brasil e all’associazione Meta Brasil costituita in Roma; relatori il professor Alfredo Copetti Neto dell’Università Statale del Paranà, Fabio Marcelli dell’Associazione dei Giuristi Democratici, Gislaine Marins di RAiZ-Movimento Cidadanista.

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L’Icbie brasiliana è stata pensata non solo come luogo di istruzione formale, ma come punto di scambio interculturale nonché sede operativa di riferimento sul territorio per la popolazione locale (soprattutto giovani). Lo scambio è inteso anche come dialogo culturale tra Italia, Europa, Sud e Nord America e luogo d’incontro tra persone provenienti da estrazioni sociali diverse, disposte a mettere al servizio della comunitá Icbie la propria professionalità e abilità artistica per contribuire allo sviluppo culturale, della formazione e dei mestieri, aumentando in tal modo le speranze e le prospettive future per una occupazione e un’inclusione sociale dei propri studenti, in un momento di grande crescita economica del Brasile. A Roma, essa opera come Icbie Europa.

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Mauriello spiega: «Vorremmo farci un’idea della reale situazione brasiliana. L’Icbie Europa, onlus che opera nell’edificio occupato dello Spin Time, ha pensato di organizzare un incontro specifico insieme a Rioma Brasil e Meta Brasil, per confrontarci sul Brasile che in qualche modo tanto amiamo. Effettivamente la situazione brasiliana, oltre a mutare velocemente, pone una serie di interrogativi, e ognuno dei nostri relatori li affronterà in maniera differente. In Brasile il confronto è a dir poco aspro e lo si capisce anche dalla prospettiva italiana. Sicuramente alcune delle cose che accadono in Brasile preoccupano noi dell’Icbie, ci spaventa vedere che vi è qualcuno che invoca apertamente il ritorno della dittatura o che evoca persone che ebbero un ruolo nefasto e losco durante la dittatura, questo ci dispiace. Preoccupa che in una parte della società brasiliana ci sia disappunto per il processo di inclusione che ha visto gli ex svantaggiati o poveri essere i protagonisti di questi ultimi anni. Non ci piacciono i fenomeni di malcostume e le ruberie che imperversano, e lo dico soprattutto per coloro che più hanno avuto a cuore le sorti del Partito dei lavoratori, il PT, assistendo a prese di posizione di personaggi che a non tutti piacciono».

Seguono gli interventi di Gislaine Marins, Alfredo Copetti Neto e Fabio Marcelli, come seguiti da Rioma.

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«A prescindere dalla posizione che un brasiliano possa avere riguardo a tutta questa vicenda, sicuramente è una situazione di sofferenza per noi». Gislaine Marins è membro di RAiZ, una nuova formazione politica e un nuovo movimento della sinistra brasiliana. Cita il discorso di Dilma Rousseff in cui la presidentessa presenta il documento della Commissione sulla verità sui crimini della dittatura militare selezionando tre affermazioni di Dilma: 1 – «Sono sicura che i lavori della Commissione sono il risultato dello sforzo della ricerca della verità, del rispetto della verità storica e dello stimolo alla riconciliazione del Paese con se stesso tramite la verità e la conoscenza. 2 – «Ora la verità permette che si possa dire, capire e sapere tutto, la verità significa l’opportunità di promuovere il nostro incontro con la storia del popolo». 3 – «Meritano la verità coloro che continuano a soffrire come se morissero di nuovo e sempre ogni giorno». Nell’affermare ciò Dilma si è trattenuta dal piangere. La dittatura è una cosa indegna, non accettabile in un Paese civile.

Una breve cronistoria. Due giorni dopo le elezioni la Camera boccia il decreto bolivariano che istituisce i consigli popolari. Il 2 novembre 2014 i manifestanti a San Paolo chiedono l’impeachment di Dilma con l’intervento militare per destituirla a cui partecipano 2.500 persone. Il 18 dicembre 2014 il Partito socialdemocratico (PSD) chiede al tribunale elettorale di revocare la vittoria di Dilma perché è accusata di fare campagna con i soldi della corruzione. Il 4 gennaio 2015 il Partito democratico brasiliano (PDB) ritira il sostegno incondizionato a Dilma in Senato. Il 15 marzo 2015 il Brasile vive giorni di proteste massive contro Dilma, circa 1,4 milioni di manifestanti; sono passati solo 4 mesi dalle 2.500 persone che chiedevano l’impeachment di Dilma e hanno messo in moto questa macchina. Il 13 giugno 2015 parte la campagna elettorale di Dilma mascherata da intervista, cosa che è stata vista come un’accusa. Il 28 settembre 2015 il presidente della Camera brasiliana Eduardo Cunha, del Partito del Movimento democratico brasiliano (PMDB) afferma che saranno discusse le richieste di impeachment di Dilma e il presidente della Camera può o rifiutare o accettare le richieste e dichiara che l’analisi è parte della valutazione decisionale che si sta effettuando.

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Il 7 dicembre 2015 Dilma è accusata di mentire e sabotare il PDB, anche se da gennaio il PDB ha abbandonato il sostegno a lei. Il 16 marzo 2016 le intercettazioni complicano la situazione di Dilma e Lula e la diffusione di una telefonata aggrava la crisi politica. Il 29 marzo 2016 il giudice Moro ammette dinnanzi al Tribunale superiore federale di avere sbagliato nelle intercettazioni di Lula e Dilma. Il 30 marzo 2016 il PDB rompe con Dilma, e questa è la terza volta, il Governo promette un impasto e vuole il vicepresidente come golpista. L’8 aprile 2016 Cunha minaccia di accettare nuove richieste di impeachment contro Dilma e la misura verrebbe presa se il Tribunale superiore federale accettasse il processo contro il medesimo, presidente dalla Camera dei Deputati e terzo nella linea successoria ovvero eventuale vicepresidente in caso di allontanamento definito della presidente Rousseff.  «Quindi–sottolinea Marins–da uomo che valuta la situazione, si passa a un uomo che mette in atto un ricatto: se fai il processo di impeachment contro me, io accetto nuove richieste di impeachment contro Dilma. Una denuncia presentata al Tribunale superiore federale afferma che il presidente della Camera ha commesso reato di corruzione; vorrei sottolineare che contro Dilma non c’è nessuna denuncia di reato».

Nella seconda parte del suo intervento Gislaine Martins presenta i protagonisti della notte del 17 aprile, cioè del discorso di Dilma, i quali, ogni volta che si avvicinavano al microfono, dicevano «Voto per Dio, la famiglia e gli amici». Il partito di Dio, in Brasile chiamato «partito della Bibbia», non è un vero è proprio partito bensì uno schieramento trasversale perché racchiude più partiti. Si tratta del BBB, acronimo per la Bancada do Boi, Bíblia e Bala (bue per latifondisti, Bibbia per Bíblia e proiettile della pistola per bola). Questi parlamentari sono favorevoli al porto d’armi e la maggior parte di essi ritiene che la povertà e la criminalità siano legate alla mancanza di uguali opportunità per tutti.

«In questo caso–spiega la Marins–le uguali opportunità sono una specie di meritocrazia, cioè non sono politiche di inclusione, ma politiche molto individualistiche in cui viene valutata la persona povera che, lavorando, riesce ad uscire dalla povertà, come se questo fosse una cosa semplice. Purtroppo la società umana non dà sempre queste opportunità. Sono contro la pena di morte, sono proibizionisti rispetto alle droghe e difendono il controllo sociale dell’omosessualità, per essi le persone non devono parlare troppo altrimenti potrebbero influenzare coloro che sono potenzialmente omosessuali. Credono che Dio migliori le persone, sostengono che gli adolescenti debbano essere puniti come gli adulti e sono sostenitori dell’abbassamento dell’età penale per i giovani. Sono inoltre favorevoli al libero mercato senza mediazioni dello Stato, difendono la riduzione della presenza di quest’ultimo nell’istruzione e nella sanità in cambio dell’abbassamento delle tasse, e per la riduzione dello Stato in genere nella vita dei cittadini nonché per gli aiuti di Stato per le aziende in difficoltà dato che sono il principale vettore dello sviluppo economico. Questi sono quelli che votano Dio, adesso vediamo quelli che votano per la famiglia. Cunha vota per la famiglia, ma sua figlia e sua moglie sono sotto inchiesta; chi fa campagna elettorale dona il ricavato a se stesso. Essendo sotto processo, Eduardo Cunha potrebbe assumere la presidenza?».
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Marins passa dalla discussione politica alla discussione tecnica: «Uno dei principali problemi è che in Brasile con troppa leggerezza si compie una separazione tra tecnicismi e politica, come se i primi non fossero profondamente legati alla seconda». Quindi conclude il suo intervento con un riflessione sul ruolo dei mezzi di informazione in questa crisi politica: «Se è vero che abbiamo urgentemente bisogno di una riforma politica che impedisca il finanziamento privato delle campagne elettorali e che riempia il vuoto degli elettori, giacché oggi i deputati entrano nella Camera per quota di partito e non per numero di voti ricevuti – è altrettanto vero che abbiamo bisogno di rivedere il binomio politica-informazione: non vogliamo in alcun modo censurare la libertà di opinione ma dobbiamo creare anticorpi alla manipolazione dei dati, alle false notizie, ai dossier, alle mistificazioni, all’egemonia di alcune grandi famiglie nelle concessioni televisive; dobbiamo abolire senza indugio l’apologia alla tortura e ai crimini compiuti dallo Stato; niente di tutto ciò ha a che fare con la libertà di opinione. Non possiamo più accettare ad ogni stagione politica l’invenzione di casi scandalistici montati per sensibilizzare e influenzare gli elettori sommergendoli di informazioni per convincerli o per confonderli a seconda del caso, con voluta ambiguità e vaghezza e false notizie costruite ad hoc. Secondo voi, dopo tutto ciò, dobbiamo essere ottimisti?».

Sì. Risponde: «Dobbiamo esserlo per per amore verso il Brasile e verso il nostro popolo. Il Brasile è la più grande democrazia ed economia del Sud America, la seconda economia delle Americhe dopo quella degli Usa, una delle 10 economie del mondo, se crollasse trascinerebbe anche altri Paesi in una crisi economica: a chi conviene rovesciare la nostra democrazia? Purtroppo una risposta è certa: serve ai corrotti che vogliono sfuggire al giudizio delle istituzioni e del popolo brasiliano. Aiutateci a salvare la nostra democrazia, che è un bene di tutti».

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«Vorrei mettere in evidenza la situazione da un punto di vista giuridico», esordisce il professor Alfredo Copetti Neto dell’Università Statale del Paranà. «È un colpo di Stato l’impeachment di questi giorni brasiliani? Io rispondo sì e no: sì perché le formule usate dal sistema giuridico per mettere in evidenza una situazione che è molto difficile da essere provata come crimine, in realtà ci fa pensare se questo sia veramente legittimo; e no perché il nostro sistema politico-giuridico permette evidentemente la procedura dell’impeachment».

Naturalmente ci sono vari problemi, aggiunge Copetti: il primo, che è un problema interno del Governo brasiliano, l’impeachment fatto secondo la Costituzione brasiliana, è secondo lui un sistema fragile «perché non dà le garanzie di una Costituzione utilmente rigida in una situazione come questa. Alla fine lasciamo al Parlamento la decisione se c’è o non c’è un crimine di responsabilità del presidente, ossia: ammettiamo la procedura d’impeachment dalla Camera dei deputati che poi la invia al Senato che può decidere se mantenere o no la posizione della Camera e poi il Senato emette il giudizio materiale del crimine con la presenza del presidente della Suprema Corte. Da questa situazione vediamo come lo strumento di impeachment sia fragile, ma–aggiunge il professore paranaense–questo è l’unico strumento che abbiamo. Il secondo problema è che il Brasile ha già avuto un impeachment nel 1992, il primo presidente eletto dopo tanti anni di potere militare». Fa riferimento a Fernando Collor de Mello, primo presidente eletto a suffragio diretto dopo 25 anni di dittatura: prese invano diverse iniziative per migliorare la situazione economica del Brasile, ma le accuse di corruzione, evasione fiscale ed esportazione di valuta mosse contro di lui e del suo Governo spinsero la Camera dei deputati ad aprire un procedimento di impeachment nei suoi confronti (29 settembre1992). Collor de Mello fu destituito il 29 dicembre 1992, e il Senato lo dichiarò incompatibile con gli uffici pubblici per otto anni.

Schermata 2016-04-29 a 19.14.20«Studio diritto da 15 anni e non ho visto nessun libro, dopo l’impeachment di Collor, in grado di raccontarci giuridicamente i problemi correlati, di delineare prospettive utili, e di insegnarci una procedura veramente solida, e questo è un problema serissimo. Stiamo affrontando il medesimo problema di 24 anni fa e abbiamo lasciato la decisione alla Corte Suprema». Secondo Copetti, questa è una situazione in cui deve ragionare non soltanto la comunità internazionale, ma anche i giuristi brasiliani. Il terzo problema cui fa riferimento il professore riguarda la questione politica: «Noi abbiamo un Parlamento estremamente corrotto e fascista. Nelle ultime elezioni sono stati eletti i parlamentari più conservatori fin dall’epoca del regime militare, i rappresentanti del BBB non hanno nessuna capacità politica di rappresentare un popolo democratico e soprattutto un’istituzione democratica come il Parlamento brasiliano. Se prendiamo il procedimento d’impeachment di Dilma Rousseff e se scaviamo a fondo, andiamo a sapere che il presidente della Camera dei deputati, Eduardo Cunha, è accusato di corruzione del pubblico ministero federale e l’accusa è stata accettata dalla Suprema Corte perché il partito dei lavoratori non l’ha appoggiato alla Camera dei deputati».

Bisogna anche dire–sottolinea–che purtroppo il Parlamento è il riflesso della società brasiliana. Si prendano ad esempio le «pedalades», ossia la possibilità di avere o non avere crimini di responsabilità sull’attitudine della presidente. Sì o no? «Giuridicamente ci sono argomenti per tutte e due; sì perché Dilma non ha rispettato la legge finanziaria annuale, ha fatto dei decreti e poi ha promulgato un’altra legge diversa dalla prima alterando l’avanzo primario, e questo è o non è un crimine di responsabilità?». La legge dell’impeachment che regola il processo è del 1950; nel 2000 ha avuto un’alterazione dove si stabilisce, in una forma non molto precisa, in cosa consta il crimine di responsabilità fiscale; nel 2001 questa legge è stata revocata con la legge sulla responsabilità fiscale che vieta di fare le «pedalades», ossia stabilire rapporti economici-finanziari con le banche pubbliche, per poi alterare la legge: essa dice solo tale pratica è vietata, ma non dice nulla sul crimine.

«Ovviamente i Paesi democratici devono rispettare la tassatività della legge penale, fattore primario e garantista di tutte le repubbliche democratiche del dopoguerra», prosegue. «In Brasile vogliono replicare il fenomeno italiano di Mani Pulite; io, che studio diritto da tanti anni non ho mai visto in Brasile una riforma promossa dal sistema giudiziario, c’è un vincolo che si stabilisce tra il potere giudiziario brasiliano e il potere golpista, e la popolazione purtroppo non capisce ciò che sta accadendo nel Paese: se questo processo verrà approvato dal Senato si ritornerà indietro di 30 anni. Molti giuristi brasiliani, tra cui io, stanno difendendo le istituzioni democratiche che si stanno indebolendo sempre di più e stiamo lasciando l’ultimo soffio di vita costituzionale, repubblicana e democratica, alla Suprema Corte, che vuole che i militari ritornino al Governo. Questo è un duro colpo per coloro che credono nella Costituzione e nell’uguaglianza. Senza una riforma politica in Brasile ci saranno altri impeachment. Dobbiamo lottare e resistere per il bene del Brasile».

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«Si chiedeva Copetti se questo può essere ritenuto o meno un colpo di Stato», riafferma Fabio Marcelli, dirigente dell’Associazione dei Giuristi democratici a livello nazionale, europeo e internazionale. «Penso che possa e debba essere definito un colpo di Stato, anche al di là delle disquisizioni giuridiche che si possono dare sul termine. Il colpo di Stato è un termine di natura essenzialmente politica ed è innegabile che quello che sta succedendo in Brasile è un tentativo di colpo di Stato. Peraltro non è la prima volta che ciò avviene in America Latina, poiché la storia ne è costellata, ma qui assistiamo da qualche anno a una nuova generazione di colpi di Stato, che possiamo definire ‘soft’ e che passano attraverso i Parlamenti e procedure di impeachment più o meno formalizzate. Ne sono un esempio i casi in Honduras e in Paraguay, nei quali i due presidenti, eletti a suffragio universale, ottenendo un grande successo stavano portando avanti delle politiche che sul piano interno e internazionale andavano ad urtare degli interessi fondamentali ad alcuni».

Prosegue: «Gli Stati Uniti non si sono rassegnati a perdere il ruolo di potenza dominante dell’emisfero, al di là dell’immagine che il presidente Barack Obama ha voluto dare recandosi a Cuba e pronunciando parole di conciliazione ed apertura. Ma gli Stati Uniti non sono Obama, ci sono apparati militari e diplomatici che hanno una politica definita su questa base: bisogna affossare i Governi progressisti dell’America Latina». Secondo il giurista democratico, il principale di questi Governi progressisti è proprio il Brasile, centro dell’America Latina: «Colpendo il Brasile si colpisce al cuore il rinnovamento progressista che si avvale di personaggi quali Cunha e Temer per fare un colpo di Stato ‘soft’ in Brasile. Tempo fa ho conosciuto l’ex presidente del Paraguay, Fernando Lugo, vittima di questa strategia soft; mi ha ricevuto proprio nel suo ufficio in Senato, perché essendo stato un colpo di Stato morbido non è stato né ammazzato né tradotto in carcere, ma ha mantenuto un posticino nella politica essendo stato cacciato da presidente. E mi ha detto di essere stato detronizzato nel momento in cui ha posto il problema della riforma agraria, fondamentale e di primaria importanza in tutti i Paesi latino-americani dove il latifondismo è importantissimo anche per la composizione della classe dominante».

Schermata 2016-04-29 a 19.12.42«Finché le vacche sono grasse–prosegue Marcelli–ci sono soldi da spendere, e possono essere dati dei soldi ai meno abbienti. Uno dei risultati positivi del PT è stato il fatto che la quota della popolazione in miseria in Brasile si è dimezzata: sono 36 milioni le persone che sono uscite dalla miseria. Con la crisi economica non ci sono più soldi da spendere, e non è un caso che l’accusa nei confronti di Dilma sia quella di aver truccato i dati fiscali. Mi colpisce il fatto che questi soldi Dilma li aveva spostati appunto per finanziare i programmi sociali, e ciò rende evidente il fastidio della destra che si domanda perché si continua a dare denaro ai poveri. Questa posizione porta a disastri sociali, perché venendo meno detti programmi, nel giro di pochi anni le persone povere aumenteranno vertiginosamente. Non voglio dire che questo Governo non abbia delle responsabilità, perché molte cose si potevano fare e non sono state fatte e il PT ha dovuto fare molti compromessi».

E ancora: «Un’osservazione interessante è che noi, come sinistra italiana, siamo sempre stati antipresidenzialisti, invece in America Latina c’è il paradosso che il sistema presidenziale più o meno d’imitazione statunitense porta a votare presidenti progressisti mentre il Parlamento è pieno di persone poco raccomandabili e di poteri forti. Il tema della riforma politica è stato posto da Dilma dopo la sua rielezione nel 2014 ed è proprio da quello che è partita la controffensiva. Bisogna far sì che i partiti siano davvero uno strumento di partecipazione democratica e popolare e non gruppi che fanno i propri comodi a spese dello Stato e del pubblico. Se ne può uscire con una mobilitazione popolare che in Brasile sta cominciando a venire fuori: questo golpe non può essere accettato passivamente, le piazze devono esser messe a sostegno della democrazia».     (ROMINA CIUFFA)

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