NON DEVI MAI PERMETTERE DI MALTRATTARTI

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NON DEVI MAI PERMETTERE DI MALTRATTARTI. Certe volte si vive talmente male una relazione da accoglierla proprio così com’è, inermi, senza accorgersi che quel continuo dolore, quel costante forte malessere, quella paura, proviene tutta dall’amore. Bisogna prendere questa paura e farne forza, ma è una paura devastante che blocca l’intera sfera psichica e fisica del maltrattato. È ciò che accade a chi sposa un marito violento – la sua presenza, i suoi costanti abusi divengono pane quotidiano – ma non solo: il maltrattamento può avere la melliflua forma di parole e gesti, e questo lo rende meno riconoscibile; è in grado, però, di provocare gli stessi sintomi in chi lo subisce di una relazione fisicamente violenta, e pure di essere classificato come abuso. Le reazioni dei maltrattati, lividi a parte, sono le medesime. E allora, perché non si lascia il violento? Per la presenza di una forma grave di dipendenza, spesso di codipendenza o controdipendenza narcisistica, tale da poter essere già stata formata ai tempi dell’infanzia o dell’adolescenza da chi ha maturato un attaccamento insicuro, instabile, cosicché chi è stato già oggetto di maltrattamenti, crescendo, quelli torna a volere, inconsciamente. È quella la sua zona comfort.

Ma no, non puoi farti maltrattare. Devi alzare gli occhi, non appena ti dice “ma sei cretina?” o ti insulta perché non fai e dici quello che ha detto, devi avere il coraggio di gridare BASTA. Sarà difficile come l’astinenza da droga ma poi, superato il primo periodo, ci si sentirà immediatamente meglio, come fosse accaduto un miracolo. Non c’è nessuno che meriti un maltrattamento. Maltrattante può essere anche una donna, che infierirà meno con le mani ma lo farà con le parole e gli atteggiamenti. Ti trovi a soffrire ciecamente senza poterti appellare a nulla perché l’abuso è talmente sottile da rendere evanescente quella linea di confine tra la reazione o il silenzio, per il fatto di temere che si stia sbagliando (autoattribuzione) e non che l’altro stia, in effetti, maltrattando e, per ciò, finisci per non reagire. Diviene l’impero dei sensi di colpa.

Mi ci sono trovata, sic, e non è stato bello, non tanto per l’inviso maltrattamento, quanto perché ho sentito di non poterlo perdonare, non potevo chiudere un occhio sull’abuso che da tempo veniva perpetrato su di me, e così in me, ogni volta che mi maltrattava, era sempre più chiaro che non potevamo stare ancora insieme, e questo mi cagionava un ulteriore trauma. Sapevo che, se giustamente avessi reagito, il rapporto sarebbe terminato. Ma insisteva, senza tregua. Sapevo ciò che stava accadendo ed ogni giorno le davo una nuova possibilità, contando l’infinito giorno sul calendario di infiniti giorni, sperando che smettesse di abusare di me; ma ciò non accadeva e mi portava sempre più sotto nel dolore minuzioso, più caparbio, più instabile. Non riuscivo ad uscirne e più guardavo in faccia la realtà più mi chiudevo all’interno dell’odio che quella relazione emanava. Quanto avrei preferito le botte! Sono stata una debole, l’esempio classico della maltrattata, che per non perdere l’amore-ricordo si accontentava di ricordarlo solo. Amato e abusatore sono due persone distinte, non si può volere il primo e far cessare il secondo salvo che ciò non sia fatto in due, possibilmente con consapevolezza reciproca e in un setting protetto come quello di una psicoterapia.

Il maltrattamento è così, è come un marito violento. Non devi mai permettere a nessuno di essere il tuo marito violento. Questo è il raro caso in cui suggerisco un allontanamento, un si salvi chi può allontanamento che farà molto male perché il rapporto con un soggetto narcisista-maltrattante è un rapporto ideato proprio per riempire dei vuoti: nessuno, altrimenti, potrebbe proseguire una storia di abusi, ma lo fa, perché è così che si riesce a coprire delle falle, sia pure pagando un duro scotto. Suggerisco di attendere, lasciare per un periodo l’altro abusare e farsi maltrattare fino alla fine, perché sarà solo dopo aver toccato il fondo che si riuscirà a scomporre amato e abusato e infine si capirà che chi si lascia non è il primo ma il secondo: il primo non c’è più da tempo. Ricordiamoci di non credere nei ricordi, di non farceli bastare, dedichiamoci ad amare ciò che si ha nell’oggi vivo. 

Una volta, in risposta al suo gradasso maltrattamento, ho provato a dire: “Io voglio una storia d’amore, non voglio questo tra di noi, voglio due persone che si vogliono bene e si proteggono, non questo maltrattamento privo di fondamenta. Io voglio una storia d’amore”. Il risultato? Mi ha attaccato in faccia.

Romina Ciuffa, 30 aprile 2025

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UN BEL COCKTAIL DI PSICOFARMACI

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UN BEL COCKTAIL DI PSICOFARMACI. Si può soffrire senza soffrire? In parte è possibile, basta rivolgersi a un bravo psichiatra che potrà prescrivere dei rimedi psicofarmacologici contro il “sentire”. Ve ne sono molti, cito un paio a caso: aloperidolo ed olanzapina, entrambi antipsicotici che hanno il potere, se presi in minime dosi, di alleviare le ossessioni e portare le angosce a un livello più basso. Con questi farmaci, la situazione ansiogena calerà di molto ma di essi non bisognerà abusare e andranno monitorati dallo psichiatra (non dal medico di base) in modo da aggiustare la dose a seconda degli effetti diretti o collaterali. Sarebbe indicato anche non bere e non drogarsi, se lo si fa che lo si faccia in minima parte, sospendendo se possibile tutta questa attività che potrebbe comunque peggiorare lo stato psicologico del soffrente, facendolo soffrire di più. Il cocktail di alcol, droghe e psicofarmaci non è mai consigliato.

Gli psicofarmaci non sono la panacea. Nessuno di essi, anche in un paniere ben agghindato, può togliere quel sentire, quella percezione ferma e stanca del dolore. Non si può soffrire senza soffrire. Si può fare un bel cocktail di psicofarmaci e aspettare che passi, ma è come l’influenza: se non curata dura sette giorni, se curata dura una settimana.E poi c’è la regola: storia durata quattro anni, due anni per terminarla, storia durata dieci anni, cinque anni per terminarla, è sempre 2 a 1. Pertanto, se si soffre per amore (la fine di una storia? Un tradimento? Incomprensioni?), e se si soffre tanto per amore, bisogna cedere e decidere di continuare a sentire, anche senza psicofarmaci se Dio vuole. Prendere due settimane, due mesi, due anni per soffrire a più non posso cercando di non perdere gli amici e il lavoro e, da tutto questo dolore, riemergere diversi, sfiancati, logorati, ma uscirne. Tutti sapranno che tu stai soffrendo perché non potrai farne segreto e chiederai gli aiuti più improbabili, posto che la psicoterapia non riesce nel dolore d’amore.

Bisogna farsi forza e affrontare questo incubo ad occhi aperti, non si può nulla contro il dolore d’amore. Si può migliorare le situazioni ma il dolore resterà tale: cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, un tradimento è un tradimento, essere lasciati è essere lasciati, lasciare è lasciare, incomprensione è incomprensione. La terapia di coppia può servire nel primo e nel quarto caso, ma nel tre e nel due – la fine di una storia – non c’è più coppia, resta solo un irruente stato d’animo angoscioso che non vuole fare i conti con altri se non con te. Sei già un turbine, un fiume in piena, i tuoi amici ti aiutano ma alcuni hanno preso ad evitarti, sei per un periodo classificato come “quello che sta male”, prima o poi finirà ma intanto perdi tutto. Pensa se non ci fossero quegli psicofarmaci.

Quello che voglio dire è che gli psicofarmaci possono aiutare snì, gli amici possono provare a farlo, ma il dolore d’amore è tutto dolore tuo e lo devi accogliere, accarezzarlo, tenerlo con te e non visualizzarlo più come una cosa nera buttata in mezzo allo stomaco, iniziare a vederla con dei fiorellini, un po’ di bel tempo, l’odore di erbetta. In mezzo alle gole del dolore passiamo tutti, non facciamocele franare addosso. Butta giù quegli psicofarmaci e inizia la tua giornata con l’angoscia, via via cambierà, nelle ore, nei giorni, nei mesi, negli anni, cambierà e poi finirà. Si può soffrire senza soffrire? La risposta è no.

Romina Ciuffa, 28 aprile 2025

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COME SI FA A LASCIARE?

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Come si fa a lasciare? Esiste un manuale? C’è chi ci riesce di più, chi di meno, i primi lo fanno qua e là senza porsi il problema, capendo immediatamente che una storia non va e altrettanto immediatamente decidendo di non volere perdere tempo; i secondi non lo fanno né qua, né là. Lasciare è, in effetti, un superpotere e invidiabili sono coloro che lo hanno, che addirittura ne abusano, mentre gli altri si contorcono in amori dolorosi, che li logorano di giorno in giorno. C’è quella specie di dipendenza che va a mettersi tra il dito e la verità: non è più amore, è solo l’antichità del ricordo di cose che non sono più. Siamo cresciuti, come persone e come società, ed ora che abbiamo anche l’istituto del divorzio (a questo link) non dobbiamo necessariamente credere che l’amore sia eterno, soprattutto quegli amori che non ne hanno i requisiti sin dall’inizio, formati sul dolore di storie precedenti o nella piacevolezza di non essere più soli, ma dove gli interessi non sono comuni, le modalità di comunicazione sono estremamente diverse, i punti di vista sono contrari. L’amore non è eterno. Anche l’eternità è un superpotere, e in una sfida tra supereroi si scontrano Eternità e Fine per dare vita ad un nuovo capitolo, quello del restare o quello dell’andare. Dolore è per alcuni un toccasana, una canna di bambù attorno alla quale esso si avvita come una pianta per crescere e invadere del tutto la persona dolente che, abituatasi a questa presenza, la vuole sempre nella sua vita, complice un attaccamento instabile. Chi è in grado di sradicare questa pianta dal suo vaso può invadere nuovi mondi e tornare ad essere se stesso, in quella pace che si sente solo dopo una guerra, il fumo dei corpi caduti, i cavalli abbattuti, Amore finito, Dolore finito. Chi non ne è in grado, è spacciato.

Nei casi di dipendenza Dolore va, con coraggio, identificato con Amore, che tiene le sue redini e fa e disfa a suo piacimento. Quando regna Dolore, Dipendenza è nella casa e tutto viene chiamato con il suo nome: fare colazione insieme è Dipendenza, guardare la tv insieme è Dipendenza, sentirsi è Dipendenza. Dipendenza invade e permea tutto con le sue estremità urticanti e non consente a chi la sperimenta (di solito accanto ad un co-dipendente) di eliminarla. Sono urla che si gridano in silenzio all’interno dei sogni, la notte, quando l’altro dorme e Dolore si presenta più grande, più forte. In quei momenti, predomina il superpotere del restare mentre si vede l’altro inerme dormire accanto a sé, si sente la piacevolezza del suo zittirsi, la forza della sua presenza, il ricordo dei momenti dell’amore. Accade tutto questo mentre dentro c’è un fegato che batte più del cuore, che sa di non potere ancora un giorno resistere alle intemperie, sa che il suo malore proviene da quel gigante inerme. Poi arriva il giorno, e con il sole Dolore è più stringente, lasciare è il superpotere che la notte dovrebbe aver portato, eppure ancora non c’è. Lasciare non è cosa da poco, presuppone un’assenza-mancanza che è assordante. Essere lasciati è meglio, così molti «si fanno lasciare» – li dicono codardi, sono solo il risultato di una enorme paura, una strategia intelligente che, alla fine, non è poi così sbagliata: purché colga il punto.

Ecco così che la storia d’amore si trasforma in una storia di dolore, che non salva nessuno dei due partner seppure uno tenda a predominare. Non appena si tira troppo la corda, si teme di cadere nell’oceano del «senza di lui», un timore-terrore che non dà scampo. L’amore che si prova l’uno per l’altro è ormai troppo ricoperto di erbacce e foglie secche, tanto da non poterlo più vedere, sentire. Scappa un «ti amo» non appena ci si sente fragili, e questo dire è alla base di tutto, è ciò che manda avanti tutte le altre cose, riempirsi la bocca di questo è sentirsi immensi, pieni, e non ci si vuole rinunciare. Il dolore di amare coinvolge integralmente il dipendente affettivo – che non sa né può lasciare – in un cataclisma distruttivo: ogni qualvolta lo sguardo dell’amato si posi su altro, una parola di troppo o una parola di meno, una qualunque azione od omissione, egli è stravolto, non è paziente, non capisce, non perdona, è lupo ed agnello e tenta di nascondere l’incontenibile angoscia con altre azioni quali scenate di gelosia, litigate, sfuriate. Spesso si vergogna del suo stesso problema (che riconosce) e lo camuffa, mentendo. Per questo, è in grandi linee considerato un «pazzo» (e tale si considera), la sua autostima crolla. Dal canto suo, il controdipendente non riconoscerà l’angoscia che l’altro prova, concentrato a placare l’ira che quello per ogni cosa apporterà nel rapporto, e si convincerà che il suo partner sia solo molto nervoso, geloso, possessivo, esagerato, traendo forza narcisistica da questo, ma non per forza adocchierà la sua dipendenza e riuscirà a darle questo nome. Ne sarà divorato e non potrà aiutare se stesso o l’altro se non con l’estrema misura del porre fine alla relazione, se lo sa fare.

Chi non ha provato mai dipendenza o sentito la sua presenza all’interno di una relazione? Chi, nei dissidi con il partner, non si è domandato «perché non lo lascio?» rispondendosi «giammai»? Chi non ha amato a tal punto da sentirsi vincolato, stretto, apprensivo – chi, in breve, non ha mai provato, anche per un solo istante, la paura dell’amore tossico o l’amore tossico stesso? E chi, riconoscendolo in tempo, ha saputo mettere sé al primo posto, l’altro altrove? Eppure la tossicità rende l’amore una cosa immensa, primordiale, meravigliosa, piena di contraddizioni ma pur sempre piena. Colui che ha sperimentato l’amore tossico sa che sarà proprio quello l’amore che ricorderà. Essere proprietari legittimi di un amore tossico conferisce dei diritti sul dolore e sulla sofferenza, ma anche sulle emozioni più elevate, l’avvicinamento ad un sentimento celeste che rende giustizia allo sforzo umano di combattere avverso le difficoltà, senza rinunciare all’altro ma impegnandosi perché sparisca la dipendenza, la tossicità che riduce chi la prova ad un rubinetto che sgocciola, e resti solo quell’invidiabile, grandissimo amore, ma spurio.

Nel mito l’amore nasce da una ferita inflitta da Zeus a certi esseri tondi che si univano solo con la Terra e che, spezzati in due, per necessità cominciarono ad accoppiarsi tra loro come due metà con l’aiuto del dio Amore per sentirsi nuovamente interi, dunque per bisogno. Così la dipendenza di quelle figure mitologiche si trasmette all’umanità. Il mal d’amore della dipendenza è assunzione costante di droga, in questo caso di sostanze psichiche e corporali: serotonina, dopamina, ossitocina. Si sfama anche di urla, gelosia, possesso. Servono maggiori quantitativi di dosi e si finisce in circoli viziosi che ripiegano sempre nelle stesse dinamiche, tornando al punto di partenza; si cerca l’immediato alleviamento della tensione attraverso la presenza del partner, il suo occhio fisso su di sé, non si riesce ad uscire dal rapporto anche nei casi più gravi, un tradimento è consentito perché porta a riaffermare la forza della coppia. La temibile caratteristica del rapporto è il «craving», la forte brama di possedere l’altro in modalità «binge», grandi abbuffate che fanno stare bene come quando, nella notte, si apre il frigo e si divora ciò che contiene. Però non si lascia.

Imparare a lasciare andare è uno dei compiti più complessi dell’essere umano, che trova negli altri più che in se stesso ragione di vita. Lasciare chi si è amato è davvero quel supereroe destinato non a tessere una tela, come Spiderman, bensì a sfasciarla per poter ricominciare in un luogo più pulito, più sano, quello dove Dolore non c’è. Bisogna farsi aiutare, e farlo, anche se c’è Amore. Il primo periodo sarà orrendo, come nell’astinenza da droga, ci si chiuderà in se stessi, si proveranno attacchi di panico, si prenderanno benzodiazepine, ci si torturerà ogni minuto; lo saranno anche il secondo e il terzo periodo, tutto sembrerà infinito e insormontabile. Ma, piano piano, questo lascerà il posto ad una nuova vita dove dirsi «io non amo più» e sentire, finalmente, la mancanza di Amore, quella che si voleva sentire, la mancanza di Dolore, un moto di Libertà che restituisce un sé rinato, sì sofferto, addolorato, straziato ma pronto a stare da solo. Per un po’ o per sempre.

Romina Ciuffa, 20 aprile 2025

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DIVORZIO: LE FANTA-NOZZE, UN GIOCO DA TAVOLO

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IL FANTA-NOZZE DELLA LEGGE SUL DIVORZIO. L’amore eterno esiste? Non se esiste il divorzio: esso legittima più amori e rende la vita più facile. L’amore finisce anche solo perché Darwin lo ha ritenuto il meccanismo di selezione della specie atto alla riproduzione. Ci piace dire che l’amore è eterno perché abbiamo paura della solitudine, di morire da soli, anche di vivere da soli. Fare i figli in realtà prescinde totalmente dall’unione, è possibile procreare anche senza conoscersi, come fanno gli animali o con l’aiuto della scienza. Tutto questo è, oggi, largamente ammesso nel mondo occidentale. Se, prima, al matrimonio poteva succedere solo il matrimonio, giacché il divorzio non era consentito, in Italia le istanze sociali si andarono rispecchiando nei loro rappresentanti attraverso l’asserzione dello stesso legislatore che, prendendo atto dei limiti della coniugalità, nel 1970 scrive la legge n. 898 (anche detta Fortuna-Baslini) contenente la disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, riconfermata dai risultati del referendum abrogativo del 1974 facendo crollare, così, uno dei più grandi capisaldi della concezione di famiglia italiana, oramai appannaggio della sola Chiesa: l’eternità delle nozze. Sono crollati con esso anche i sensi di colpa? I tempi moderni hanno accolto, in tutto il mondo, l’idea di un’unione non eterna, che possa essere sciolta proprio come la si è creata. Solamente due Paesi nel mondo occidentale ora non consentono di divorziare: Città del Vaticano, per le ragioni che non è necessario esporre, e le Filippine, nelle quali il percorso verso una legge divorzista è già iniziato.

In via generale, i matrimoni eterni sono durati fino alla legge sul divorzio o fino a che i valori non sono cambiati? Ovvero: è stata l’istituzione del divorzio a far sì che i valori cambiassero rafforzando la volatilità dell’unione coniugale, o le nuove generazioni hanno portato a galla la già presente necessità di poter sciogliere il vincolo coniugale che, in quanto esistente, è stata vista e regolamentata? È nato prima l’uovo o la gallina? A ben vedere, la legge divorzista è stata invocata da molti, ma non da tutti (tanto che nel referendum abrogativo la vittoria dei divorzisti avvenne per un pugno di voti in più). In quegli anni, le coppie (quelle dei nostri nonni e dei nostri genitori) «erano abituate a non lasciarsi», si legavano saldamente e trovavano giocoforza soluzioni ai conflitti che, immancabilmente, si verificano in una relazione. Dopo la formalizzazione del divorzio (in Italia come altrove) si sono viste sempre più coppie sfaldarsi: ma quanto si sono sforzati i partner di mantenersi solidi insieme, cercando soluzioni?

Quanto si è pensato, prima di sposarsi, all’opportunità di farlo? Con l’arrivo del divorzio lampo – istituito in Italia nel 2015 per consentire di divorziare decorsi un anno dalla separazione, nel caso giudiziale, o sei mesi, nel caso consensuale – è risultato ancora più semplice lasciarsi, senza dover affrontare lungaggini che, nell’ambito della coppia, risultavano ostiche (una fra tutte, il tentativo di riconciliazione). Ciò ha, probabilmente, incentivato un vero e proprio «mercato delle coppie» – sul quale ben si riflettono i gossip dei famosi – in cui esse, unendosi e sfaldandosi, turnano e ruotano in un gioco di matrimoni e divorzi fra diversi soggetti in successione, portando alla luce anche il tema del mantenimento e della cura dei figli, dinamiche che sembrano corrispondere ad un gioco da tavolo, un «fanta-nozze».

Il matrimonio è diventato, così, «un» contratto tra i molti che possono stipularsi nel corso della vita; il primo, il più importante perché più ingenuo, può durare per un periodo iniziale corrispondente alle età di crescita dei figli avuti in comune; i successivi avranno una durata mutevole e potranno essere vari, anche forieri di ulteriori figli. Si veda, allora, come si è tornati alla funzione economica del matrimonio: come secoli fa, anche adesso l’essere umano è potenzialmente monogamo fintanto che uno dei due partner si occupa della famiglia e l’altro è protetto durante la gravidanza, lo svezzamento e la prima fase dell’educazione – ciò vale, mutatis mutandis, anche per le unioni omosessuali con i mezzi che hanno a disposizione per la genitorialità. Prevedendo la possibilità di interrompere il patto formale, si è scelto di dare uno stop formale all’amore formale: la scala che si è percorsa insieme porta, in questi casi, a un piano terra dove è possibile ricominciare, a una nuova era per entrambi.

Sembrerebbe di poter rispondere alla quaestio qui mossa – chi è nato prima – che l’istituto del divorzio ha costituito la richiesta di una società che già non accettava si disponesse solo in un senso del proprio diritto (liberi di unirsi sì, e allora perché non di separarsi?) perché sentiva, nelle proprie maglie, l’esigenza che la firma non fosse messa col sangue; nel contempo, proprio la possibilità di separarsi ha fatto non solo separare molti, ma anche sposare: infatti, sapendo di non dover più avere un tempo infinito matrimoniale, gli stessi matrimoni sono stati incentivati e così, come un gatto che si mangia la coda, la legge sul divorzio ha creato più matrimoni che hanno creato più divorzi. Postilla: parlare di valori qui non equivale a dire che matrimonio uguale valore positivo, divorzio uguale valore negativo. Un sistema valoriale completo include tanto l’unione quanto la fine dell’unione: con l’ammissione del divorzio si ottiene, pertanto, un sistema valoriale più ricco, che riflette le esigenze della società e, dunque, includendo il divorzio, lo ammette tra quelle.

Se, nonostante la possibilità di divorziare, la coppia non si sfalda, rimane unita – vuoi per assenza di gravi dissidi interni, vuoi per l’impegno di entrambi nel risolverli, vuoi per la paura di rimanere soli – ed arriva, così, alla vecchiaia, si sperimenterà una forza spesso più perentoria e incisiva di quell’amore romantico che si credeva abbandonato tanti anni prima, destinato a tornare proprio in veste di amor maturo e, a maggior ragione, amore anziano, libero dalle incertezze e dagli sgomenti giovanili. A un’età più avanzata, l’amore può ritrovarsi o riprovarsi anche per un’altra persona, mettendo in discussione la propria vita e avendo un nuovo approccio col sesso che, in effetti, non viene meno. Si invidiano, forse, i nonni che hanno saputo trascorrere l’intera vita insieme, spesso dandosi ad un partner unico: la loro pazienza, il senso della continuità, la consapevolezza, le certezze, la compagnia e l’essenza dell’altro, tutte virtù che accompagnano l’amore camaleontico, che muta forma e colore nel corso degli anni per adattarsi ai cambiamenti dei due partner, della famiglia, della vita, delle età. Non è poi così male stare insieme per sempre, ma non lo è nemmeno stare da soli.

Romina Ciuffa, 19 aprile 2025

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RIPENSARCI COME I CORNUTI

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RIPENSARCI COME I CORNUTI. Il mio ginecologo tempo fa mi ha detto: «Se ti ha tradito, chiudi subito»: aveva ragione. «Ma io l’amo!», ho risposto io mentre lui ritirava l’ecografo con un colpo secco. Una volta fuori dal suo studio, ci ho ripensato «come i cornuti» ed ho immaginato di essere tradita. Ho replicato dentro di me le vicende di un tradimento per immedesimarmi nel tradito: mi si è gelato il sangue. Ho riflettuto attentamente sino a giungere ad una conclusione, forse azzardata, ma di effetto certo: scoperto il tradimento, bisogna tradire per pareggiare. Solo dopo aver «pareggiato» il tradito troverà conforto e potrà avere un confronto alla pari. Perché applico la legge del taglione? Il livore può essere tale e giustificato nel tradito da non consentire più un dialogo fra i due: il tradito «odia». Per quanto possa apparire immaturo, ribattere con un colpo alla pari (nella metafora o fuor di metafora) è una soluzione eccellente per il tradito che si pone, così, «allo stesso livello» dell’altro, pareggiandosi per far cessare il doloroso stato di dissonanza cognitiva ed emotiva in cui versa. Se ieri commentavo che l’indifferenza è uno sgambetto, non un pugno (a questo link), oggi dico: il tradimento è un pugno, non uno sgambetto, e con un pugno è necessario rispondere. Boxe, è la base per ricominciare. Ora procediamo a parlare dell’altezza.

Se si è traditi si ha un’alternativa al tornare insieme che è molto plausibile e, nella maggior parte dei casi, necessitata: provare rabbia e con l’uso di essa lasciare subito. Perdere tempo, prorogare, temporeggiare non fanno che consolidare una dipendenza. Il traditore punta il dito contro il tradito e sembra che sia quest’ultimo a dover chiedere scusa: non è così. Non serve fare l’inventario delle colpe o imputare l’azione alla monotonia stagnante del rapporto: l’assenza di lealtà ha, ormai, logorato per sempre il rapporto, perché nessuno cambia davvero, l’infedele continuerà a mentire, tradire, incolpare. Dare un colpo d’ascia, inutile fare un patchwork con i pezzi rimasti della relazione, ne verrà una coperta che non arriva ai piedi. Ammetto di essere drastica sull’argomento, molti direbbero di avere una mentalità più moderna poiché accettano il tradimento e ammettono relazioni aperte. Anche io le ammetto, quando concordate. «Un tradimento, che sarà mai?», commentano alcuni quando non sono loro ad essere traditi. Lealtà è la parola chiave per accettare anche la modernità più estrema.

Il tradimento in sé e per sé non è mai causato dal tradito se non nelle narrazioni di eteroattribuzione, dove il traditore legittima il proprio atto come fosse ineluttabile: l’azione del tradimento ha una causa a sé stante, che è l’intenzione del tradimento e che si rinviene nell’atto stesso dell’ingannare, non altra, prescindendo dalle motivazioni fattuali e dalle circostanze espresse nella coppia. Anche quando confessa il tradimento, l’infedele sta manipolando l’altro poiché, pur essendo sincero, non è leale, e confessare gli serve a scaricare le proprie angosce, i sensi di colpa, le responsabilità sull’altro. Lo scaricabarile che il traditore compie costituisce un secondo tradimento. Negli abissi di una solitudine nascente e improvvisamente tanto palpabile per il tradito, un pendolo tra odio e perdono si tradurrà in paura e insicurezza dinnanzi a una relazione dai caratteri ormai indefiniti e incerti che grida: «Avreste dovuto lasciarvi prima!».

Fuggire! Chi mente una volta può farlo sempre. Chi tradisce una volta può farlo sempre. L’arte del mentire è proporzionata all’opportunismo del volere mantenere una relazione stabile da un lato e, perché quest’ultima funzioni, una relazione adultera dall’altro, quando questa non si esaurisca dopo la scoperta. Nel mio libro AMORE MIO TU SOFFRI ho parlato delle possibilità che il tradimento dà per una reidentificazione delle due parti della coppia, tanto da poter essere, in rare circostanze, anche foriero di buone conseguenze, a tratti migliorative dell’amore tra i due. Non voglio rompere le uova nel paniere agli psicologi né tantomeno a me che nel mio libro ho scritto anche dei vantaggi che il tradimento porta alla triade infedele-tradito-amante, ma solo mentre mi immedesimavo nella parte del tradito ho provato panico e angoscia, negli altri due casi ho foraggiato l’evento tradimento, mi sono sentita forte, mi sono sentita leggera. E questo non garantisce la parità ai tre soggetti, rende iniqua la sperequazione al punto da dare un bonus al tradito: tradisca lui ora. Poi basta.

Romina Ciuffa, 18 aprile 2025

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L’AMORE INDIFFERENTE: GUARDAMI!

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L’AMORE INDIFFERENTE: GUARDAMI!. Torno oggi a raccontare l’amore in questo blog che nasce dal mio ultimo libro, AMORE MIO TU SOFFRI. Inutile nascondersi dietro a un dito: l’amore patologico a noi piace. Cognitivamente lo odiamo, ma poi quando è finito ci manca più dell’amore stesso. Soffrire per amore è uno dei maggiori accessi alla felicità perché dà il senso delle cose. Meglio non soffrire, questo è certo, ma anche un amore sereno, felice, si appiattisce e finiamo per esserne stanchi, quasi provati, deboli. La noia, sentimento di intelligenza incantata, sembrerebbe essere il più grande nemico dell’amore, quando l’amore vuol dire sentire e la noia appare dire “non sentire!”.

Ieri sera, a cena con un’amica, abbiamo toccato questi argomenti e abbiamo distinto la noia dall’indifferenza, che è quella che, dopo un certo periodo trascorso insieme “amandosi” o anche solo a causa del carattere di uno dei due partner, l’uno dà all’altro. Lei mi ha detto: l’indifferenza è una forma di violenza, mentre le parlavo della sofferenza di non essere visti in una coppia, di non essere stimati, ammirati, seguiti, ascoltati, bensì essere “solo amati”. Che fortuna!, direbbe qualcuno: eppure no. Dare indifferenza o farla provare è una violenza melliflua, mi diceva, poiché è lì ma non la si può accusare, è come uno sgambetto, non un pugno. Le ho dato ragione. C’è chi pagherebbe per “sentirsi amato”, senza calcolare che amare non include necessariamente amore: l’amore si presenta con l’amare, certo, ma è “di più”, è vedere, ascoltare, abbracciare, coccolare, guardare, modulare, sapere, partecipare.

Stamattina ascoltavo una conferenza di Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello sviluppo all’Università di Padova (a questo link) che, parlando della neuroplasticità del cervello, indicava la necessità delle carezze in un senso molto ampio: conoscerle innanzitutto, ed impiegarle per far sì che ciascuno possa vedere il futuro non come l’attuale ansia o angoscia suggeriscono, contro le quali il cervello cognitivo non può nulla e che mettono a rischio la salute dello stesso individuo, bensì nel senso di una iniezione preziosa di ossitocina. Inutile dire: “Non soffrire!”, “Non temere!”, “Il tuo cervello deve far sparire i tuoi attacchi di panico!”, perché è impossibile per la nostra struttura cognitiva, che impiega anni per imparare anche solo a parlare, avere potere sulle strutture che comandano le emozioni, le quali hanno milioni di anni evolutivi in meno: è la dimensione di potere che avrebbe una pozzanghera rispetto a uno tsunami.

Ma un modo c’è. Basterebbero trenta secondi di carezze per alleviare una persona da un dramma: il sistema neurale comanderà all’amigdala di produrre l’ossitocina perché avvengano tutti i meccanismi di cura. Quando non si può accarezzare, è sufficiente anche solo guardare, modulare il tono della voce, svolgere azioni empatiche – è in questo modo anche che devono dirsi i “no”. Così nell’amore. L’indifferenza nuoce; non si può smettere di carezzare, guardarsi, parlarsi con toni dolci e modulati. Non si può dare indifferenza o si deve ripensare l’amore (non c’è o non è buono). Bisogna mettere complicità nel rapporto per affermare un amore grande, immenso, meno doloroso di altri; serve dialogo, il vero e proprio colloquio, il ricevimento dai professori in cui la coppia parli senza timori della coppia stessa e ciascuna delle due parti sia in grado di dare e avere senza urla, minacce, paure (che, altrimenti, rimarranno nel cervello neuroplastico ad interpretare il futuro).

Il dolore dell’indifferenza dell’altro alle volte è talmente irriconoscibile da far sentire in colpa chi lo prova: quella sensazione di insoddisfazione, di angoscia, di flebile paura ogni volta che si voglia dire qualcosa. Tornare a casa con una pagella piena di 10 e sentirsi dire: “Hai fatto il tuo dovere”, questo avviene anche in amore, quando l’uno non si interessi degli interessi dell’altro, delle sue conquiste, delle sue vittorie, ma metta al centro della vita di coppia le proprie. Questo amore va ritoccato. Entrambe le parti devono rendersi conto non solo dei propri limiti, ma anche dei punti che convergono in un insieme, ossia della loro sconfinatezza d’amore. Il male di indifferenza deve poter essere dichiarato e accolto senza che nessuno si arrabbi. Se è difficile, se si litiga, è utile il ricorso a un mediatore, uno psicologo, ma non si lasci questo scomodo parassita così, a tormentare, a mietere.

La solitudine è qualcosa di estremamente positivo, che deve essere incentivato come meccanismo di sopravvivenza e di amor proprio; ma se la solitudine si sperimenta all’interno di una coppia, ossia di un duo, essa diviene presente, pressante, un meccanismo di difesa totalmente corroborante destinato a logorare l’amore. Si provi a ballare insieme, con della musica che piaccia ad entrambi; si cucini insieme, anche se uno dei due non sappia farlo; si provi a camminare mano nella mano, l’uno insegni una cosa all’altro; si facciano domande e si rimanga ad ascoltare la risposta e darvi seguito; si diano baci qua e là nella giornata, sparsi, senza ragione; si stimoli il sesso, che stimolerà a sua volta l’amore. Ma non si resti soli ad essere soli, la solitudine non è amore, non è coppia, non è due. 

Romina Ciuffa, 17 aprile 2025

Libro in tutti gli store

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AMORE MIO TU SOFFRI

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Riapro questo blog (su rominaciuffa.blogspot.com) per intitolarlo al mio ultimo lavoro, il libro AMORE MIO TU SOFFRI uscito il giorno di San Valentino di questo anno 2025, e al prossimo in uscita, la raccolta di poesie AMOR-TE che nei prossimi giorni sarà in libreria. Con la semplicità del blog (più difficile un libro) intendo approfondire ancora di più l’argomento ed intrecciare le maglie dell’amore doloroso per farne un pullover caldo da indossare.

Non v’è nessuno che, anche solo per un attimo, non abbia sofferto per amore nelle sue varie declinazioni, non abbia detto “chi me lo fa fare”, non abbia chiesto a un proprio amico “tornerà?”, non abbia mentito per coprire marachelle o errori sensazionali. Non v’è nessuno che non si sia svegliato un giorno parlando di “panico”, anche se per panico si intendono, a seconda di chi lo sperimenti, mille cose diverse, di cui affronterò le realtà. Non v’è persona che non abbia detto “amare mai più”. Un blog sull’amore patologico, perché?

Seguendo le argomentazioni del mio ultimo (e primo) libro, un saggio sull’amore che soffre attraverso il quale – con parole complicatissime, frutto di un flusso di coscienza, praticamente illeggibili (le mie) e parole di prima intuizione, romantiche, sofferte, dei vari poeti e scrittori che si sono soffermati sull’argomento – ho tentato di produrre una lista (non esaustiva ma) descrittiva degli amori più dolorosi.

Iniziando dal numero uno, l’indefesso amor tradito: non c’è cosa peggiore, per l’amante, del tradimento. Esso è qualcosa che non si può affrontare se non abbandonando la relazione oppure, nel caso contrario, permanendovi ma solo con la complicità dell’amato traditore che, però, difficilmente si presterà a mettersi in gioco, nonostante il suo errore. Un errore che questiona l’essere stesso dell’amore e che, per questo, è molto pericoloso per la coppia. Si passerà poi a sindacare l’amore ossessivo, l’amore dipendente, l’amore crocerossino, finanche l’amore dell’amante e tutti quei tipi di amore che fanno soffrire, fino a giungere al vero numero uno, il più orribile e complesso di tutti: l’amor proprio. Perché è così: l’essere che noi facciamo più difficoltà ad amare è proprio “sé”, quell’insieme di dolori ed emozioni contraddittorie che faticano a mettersi davanti a tutto il resto e, così, non permettono all’amor proprio di avere il sopravvento su un’ossessione, una dipendenza, un tradimento, ma lo destinano a un luogo di perdizione.

Da oggi racconterò tutto ciò che sentirò e vedrò sull’amore, mio e di altri, una sorta di LOVE AND THE CITY che poco ha a che fare con il sesso perché, paradossalmente, spesso è proprio dall’assenza di sesso che le complicazioni hanno inizio e si comincia a non distinguere più tra amore e dipendenza. Qualcuno ha detto, qualcuno ha ripetuto, qualcuno fino alla nausea ha imposto: “Ama prima te stesso, solo poi sarai in grado di amare l’altro”. Non sono del tutto d’accordo. Amare se stessi può partire anche dall’amore per l’altro dal quale si apprende proprio ad amare, una bomba di neuroni specchio pronta ad esplodere se scossa bene, come amor proprio vuole. È il dialogo estremo tra i partner che può sostituirsi allo “stai da solo, meglio”. Stare da soli è buono. Non credo che nella vita si debba necessariamente stare in coppia. Sono più della visione descritta anche in “Tremila anni di attesa (Three Thousand Years of Longing)“, diretto da George Miller, che ho visto ieri sera: tanto in quella di Alithia, la protagonista solitaria che dopo un tradimento e la fine della sua storia con Jack decide di rimanere sola in eterno, quanto in quella dello stesso genio, imprigionato in una lampada, che ogni volta che ne esce si innamora di chi l’ha strofinata che, però, non lo libererà mai perché, paradossalmente, è più difficile esprimere i desideri che averne e basta.

Per oggi chiudo qui questa breve introduzione sull’amore sofferto come l’ho visto nei miei libri e come lo sento ogni giorno che, sempre di più, soffro per amore. Perché c’è anche da dire questo: l’esperienza non consente di crescere, come in altri campi, piuttosto sembrerebbe che più ci si faccia male più si sarà in grado di farsi ancora male, contro tutto e tutti coloro che dicono: “Non puoi tornare a soffrire come nell’ultima storia”, con il corollario di un’affermazione mistificante di quel povero noi stessi che non riesce a non dire: “Ma questa storia è diversa!”. E sì, sono sempre diverse ma alla fine sono tutte uguali, il dolore non si impara, piuttosto permea l’animo umano ed il corpo stesso, induce ad affezionarsi ad esso e a dire, quando torna: “Quanto mi sei mancato!”, perché provarne non è poi così male. Sì, “si vive una volta sola”, “stai sprecando gli anni più importanti della tua vita”, ma intanto essi passano e l’amore resta, prima per l’uno, poi per l’altra, mai per se stessi.

Romina Ciuffa, 16 aprile 2025

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